Introduzione

Scegliere come argomento della tesi finale ‘La vita dei
Monaci nelle Abbazie Benedettine’ non era stata per
Steven una cosa da poco; e si era preparato ad affrontare
un probabile bel malloppo di documenti... Ma ora che si
trovava nella Biblioteca del Monastero di Montecassino,
in quella che era per quell’Ordine di Monaci l’Abbazia Madre,

stava scoprendo una miriade di documenti inaspettati,
che costituivano una fonte abbondante per il suo
lavoro; e anche se ora si stava preoccupando un po’ per
la mole di quegli scritti da dover poi esaminare, il fatto di
trovarsi di fronte a quei documenti da esplorare, e che per
tanto tempo erano restati quasi sconosciuti a tutti, gli
creava il senso della curiosità e dell’attrattiva verso di
essi. Raggiunta la cima della scala che gli aveva dato la
possibilità di giungere fin lassù, a quello che poteva essere
almeno il decimo piano di quel grande scaffale, Steven
cercò l’ennesimo dei documenti, contraddistinto dal
numero 16567/E...
 ” Vediamo... vediamo... sedicimilacinquecentocinquantadue...
cinquantanove... Più in là!...” e
sospinse pian piano la scala a rotelle verso destra.
“...Sessantasette barra ‘E’: eccolo!” ed estrasse quel
manoscritto ricoperto dalla polvere, che odorava di inusato.
Vi soffiò sopra più volte, ma non riuscì a scorgere la
scritta del titolo; allora, usando la manica del maglione,
passò e ripassò delicatamente sulla copertina; finchè,
sebbene a fatica, riuscì a decifrare il titolo:

DIARIO SEGRETO DI PADRE LAURUS, CHE LASCIO’
IL SUO ESSERE MONACO. DI COME POI RITORNO’ ANCORA
ALLA VITA DEL CONVENTO COME ABATE.

Steven rimase un poco assorto ad osservare quel titolo
piuttosto strano ed anche curioso; si mise poi il manoscritto
sotto il braccio, e prudentemente ridiscese la scala, fin giù,
sul pavimento, dove aveva posto tutti i documenti
da esaminare. Mise quest’ultimo in cima agli altri, e portò
tutto quanto nella sua cella.

All’Abbazia di Montecassino avevano fatto un bel po’ di difficoltà, all’inizio,
prima di concedere a Steven quella cella come alloggio e base per i suoi studi;
poi, però, grazie all’aiuto dello zio, monsignore
della Curia Romana, il giovane studente era stato introdotto
in quel luogo di clausura, anche se con molte
condizioni: doveva far esaminare ogni giorno, ad un
monaco incaricato, ciò che ricavava dall’analisi dei
documenti della Biblioteca; inoltre, non poteva accedere
a tutta la documentazione, ma solo all’archivio ‘divulgabile’,
come l’aveva definito il Padre Bibliotecario
prima di permettere al giovane di entrare in quelle immense sale
piene di libri e di documenti. Mentre ora consumava il
modesto pranzo assieme ai monaci, e dal leggìo posto in
cima al refettorio uno dei religiosi leggeva a voce solenne
un brano della Bibbia, Steven, aiutato dal silenzio che si
frapponeva tra un paragrafo e l’altro della lettura,
pensava a quel manoscritto, l’ultimo trovato, con quel titolo
tanto strano e anche insinuoso da parte dell’Abate interessato:
si trattava di uno dei monaci che se ne era andato dall’Ordine...
uscito dal Convento...poi, diceva quel
titolo, ritornato e divenuto Abate... Un documento certo interessante...
Strano però che i monaci lo avessero lasciato là, nella
zona del ‘divulgabile’, se veramente si trattava
di un argomento del genere. Ma forse non era, nel contenuto,
ciò che dava ad intendere con il titolo...
forse soltanto il titolo era un po’ esagerato. Comunque, Steven si propose
di esaminarlo subito, dandogli la precedenza nell’attenzione
rispetto a tutti gli altri documenti da esaminare. Il
tintinnìo del campanellino che segnava la fine del pranzo
distolse il giovane dai suoi pensieri. Tutti si alzarono,
rimasero chini in silenzio per alcuni istanti;
poi il Padre Abate intonò una preghiera in latino, alla quale si unirono
gli altri monaci; e dopo l’’amen’ tutti quanti si accomiatarono,

andando chi alla cucina per il riordino, chi al
cortile per un momento di passeggio, chi alla stanza di
ricreazione, chi alla propria cella per il riposo pomeridiano...
Steven raggiunse in fretta la sua cella, si sedette
e aprì il manoscritto con ansiosa curiosità... Una breve
introduzione diceva: ‘Questo scritto non so dove finirà,
forse non lo leggerà mai nessuno, a causa dei contenuti
che certamente potrebbero essere considerati irriverenti
verso il nostro Ordine.
Io comunque, nello spirito del Santo nostro Fondatore Benedetto,
scriverò queste pagine,
come testimonianza per me stesso anzitutto; e poi, se è
nei disegni di Dio, anche di fronte al mondo. Di come
Nostro Signore è infinitamente misericordioso,
pieno di grazia e di amore, nonostante quello che io sono, con i
peccati e i limiti che scopro di me stesso’. Steven comprese
già da queste prime righe che il manoscritto era stato
erroneamente lasciato nella zona dei documenti ‘divulgabili’.
Avrebbe dovuto, a questo punto, avvertire il Padre Bibliotecario;
ma la curiosità prevalse, e decise di avvertirlo dopo aver letto tutto quanto...

MONACO

In questa prima parte cercherò di chiarire come ho vissuto

la situazione dell’essere monaco di San Benedetto: di

come un giorno entrai nel Convento e del perché, ad un

certo momento, ne uscii. L’essere entrato nella vita del

Convento non è stata per me una scelta per comodità o

dovuta da altre ragioni materiali, quali la ricchezza, o la

carriera, o la sicura sistemazione nella vita, o l’avere bisogno

di compagnia... Nessuno di questi motivi mi ha spinto

nella scelta dell’essere monaco. Il motivo è stato quello

di poter seguire quello che il Signore nostro Dio in quei

momenti voleva da me: sentivo nella mia anima la sete di

Lui, inappagabile nel mio continuare con la vita di sempre,

secondo il mio modo.

Percepivo che il mio realizzarmi nella vita poteva avvenire,

se io lo volevo, soltanto in un incontro più profondo

e disponibile con Nostro Signore, attraverso la scelta della

via dell’offerta totale a Lui nella vita del Convento. E questo

motivo che ora ho presentato non vuole essere occasione

per garantirmi in quello che andrò più avanti esponendo,

né deve essere interpretato come occasione per affermare

che sono partito con idee sicure e valide. Soprattutto

è mia intenzione sottolineare, in questa esposizione, l’immenso

amore di quel Signore che ha effuso fin dall’inizio

la sua grazia su di me; e per questo non posso mai smettere,

anche ora, di ringraziarlo.

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E i primi anni della mia vita da monaco, li ho vissuti in

questa serena disposizione, aiutato dall’esempio dei confratelli

e da tutte quelle circostanze che il Signore, Colui

che mi aveva chiamato un giorno a quella scelta, continuamente

poneva accanto a me, come segni del suo amore e

per far aumentare sempre più la serenità della mia fede.

Essendo tra i più giovani, avevo tante occasioni per

svolgere verso i confratelli e negli ambienti del Convento

il mio servizio: dall’aiuto verso i monaci ammalati, al

lavoro in cucina, alla falegnameria; dal provvedere a sostituire

qualcuno là dove era richiesto, al lavoro nella fattoria,

dove la richiesta di una mano era sempre necessaria;

dal fare da guida nel canto e nella preghiera del coro, ad

accompagnare i visitatori del Monastero, ...Tutte queste

cose contribuivano a rendere la mia vita sempre più inserita

in quella che ritenevo la giusta e più adeguata risposta

da dare a Dio: essere monaco di Lui, nello spirito del

Fondatore San Benedetto, la cui regola ‘Ora et Labora’

sentivo sempre più come la realtà vitale della mia esistenza.

Tutto cominciò a cambiare dopo la morte del nostro

Abate... Quel nuovo superiore, giunto da un Monastero

lontano, dall’estero, era poco conosciuto a tutti noi; e

aveva dato subito ad intendere, un po’ con le parole e un

po’ anche con i fatti, che lui era arrivato al Monastero solo

obbligato dall’obbedienza, e non volentieri, per una sua

scelta. Questo lo si capiva sempre più dai suoi atteggiamenti

nei confronti della vita interna: la disciplina era

divenuta sempre più insostenibile; e persino i più anziani,

che erano abituati anche ai più estenuanti sacrifici, davano

ad intendere che quel nuovo stile di irrigidimento delle

cose stava portando non soltanto alla disaffezione nei confronti

delle istituzioni preposte, ma anche alla perdita del

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vero senso di quello spirito gioioso della vita religiosa che

il Fondatore aveva un tempo proposto ai suoi seguaci. Un

senso di scontento e di tradimento delle realtà più profonde

prevaleva sempre più.

Non era più la vita serena a regolare le cose, ma quella

sofferta, della crisi: una crisi sempre più profonda, che

coinvolgeva tutti quanti. Da parte sua, il nuovo Abate continuava

ad affermare la validità di quella che lui additava

essere la Regola, e sottolineando lo spirito dell’obbedienza

come la prima delle virtù del mondo monastico, faceva

procedere le cose... mentre il tempo trascorreva e ogni

realtà non faceva che peggiorare.

Pur riconoscendo, da parte di ognuno di noi monaci,

l’intoccabilità dell’Abate e della Regola d’oro benedettina,

e d’altra parte condividendo l’obbedienza di fronte a

tutto, anche dinanzi alle cose che non andavano per il

verso giusto, e non avendo affatto intenzione di giudicare

male il superiore, né la sua condotta, né chiunque altro,

tuttavia, occorreva rilevare che la vita dei monaci era cambiata

in peggio: sempre più tensioni e nervosismi non

facevano altro che indicare lo stato d’animo di ognuno:

qualcuno era giunto sull’orlo dell’esaurimento nervoso,

altri avevano tentato di chiedere un trasferimento ad un

altro Convento, ma si erano sentiti rispondere che il

Signore li voleva lì e lì intanto dovevano restare.

Quando, una sera, nella riunione del Capitolo, si era

tentato da parte di alcuni di esporre con più chiarezza il

problema interno, il superiore aveva troncato tutto quanto

invitando alla preghiera, la quale sola era la luce dell’agire

e del capire le cose di Dio; e così, dalle parole chiare e

decise dell’Abate, si era ancora di più ritornati a quell’orlo

dell’abisso della crisi, sul quale ognuno di noi, in quei

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momenti, pericolosamente, stava cercando di barcamenarsi

il meno peggio possibile, e di salvare sempre ‘capra e

cavoli’. Anche la forza della preghiera, che a detta

dell’Abate mai mancava, non veniva più percepita con

quella serenità e intensità di prima; confrontandosi, ognuno

non esprimeva che crisi, buio, pessimismo e sconforto...

monotoni e contagiosi.

E tutto sarebbe continuato così, sempre più peggiorando,

se non fosse accaduto, un giorno, che... Quel pomeriggio

mi trovavo a lavorare nella stalla della fattoria, e stavo

pulendo la mangiatoia delle mucche; quando, dopo un po’,

a causa della stanchezza, non riuscii a stare sveglio, e mi

appisolai adagiato lì nell’angolo, dove c’era il mucchio di

fieno. Fui risvegliato da voci inconsuete... Guardandomi

in giro, e notando che era ormai buio, pensai di aver dormito

almeno per alcune ore.

Dall’altra parte del mucchio del fieno provenivano

delle voci di donna: “Basta! Ora non ne posso proprio più!

Finiamola!”.

“Su... su... non fare così!...” rispose una voce maschile

con tono suadente... Ma... ma quella!... No!... Eppure, non

poteva essere altro che la voce del... del nostro... Abate!.

Mi sollevai un poco tentando di osservare, da dietro il

mucchio di fieno... E là, in piedi, di fronte alla donna – la

moglie del fattore – c’era proprio lui: l’Abate!. Ma... che

ci faceva lì, con quella?!... “È vero – continuò la donna

seccata – hai dato molto denaro a me, e di questo ti sono

grata... Ma ora, basta! Non possiamo continuare così!...

Ora voglio che questa relazione finisca! È giusto, per me,

per te e per tutti!”. Sconcertato, mi ritirai il più possibile

nell’angolo, attonito, spiando con prudenza, attento a cosa

succedeva in quegli attimi.

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“Ma io non posso continuare a vivere senza di te! – disse

in tono supplichevole l’Abate, rivolto alla donna e tentando

di abbracciarla, mentre lei si svincolava dalla sua stretta –

No... non fare così, ti prego! Non fare così! Io ti voglio!”.

“No!... No!” gridò lei, mentre lui le si gettava addosso,

avvincolandola tra le sue braccia, mentre la donna cercava

disperatamente, in quella lotta impari, di fuggire via.

Rotolarono per un po’ sulla terra, mentre io restavo

impietrito ad osservare quella scena incredibile; avrei

dovuto forse fare qualcosa, ma la reazione di fronte a ciò

che stava accadendo era soltanto, e non poteva essere altrimenti,

quella del silenzio e dello sconcerto, che mi impedivano

di fare qualsiasi cosa. Finchè, la donna si trovò

sotto di lui, e l’Abate le prese le braccia e gliele distese sul

terreno, immobilizzandola; la schiaffeggiò con violenza,

poi si alzò, si svestì e si rigettò su di lei, nel tentativo di

violentarla; ma la donna opponeva resistenza, nonostante

la forza superiore dell’uomo; allora lui raccolse dal terreno

un pezzo di legno, e con quello la percosse sul capo con

un colpo deciso. Dietro il mucchio di fieno, io non sapevo

quasi nemmeno più chi ero...‘Che sta succedendo? Che

fare?’ continuavo a ripetermi. Intanto l’Abate la violentò,

mentre quella, priva di sensi, non dava più segno di vita.

Poi, lui si rivestì; appariva furioso e nervosissimo, agitato

e paonazzo.

Schiaffeggiò di nuovo la donna per alcune volte, nel

tentativo di rianimarla, ma senza alcun esito; allora le

afferrò il volto con le mani, e scuotendolo, la chiamava

disperatamente. Ma quella, niente: nessuna reazione.

...E così... sì... l’aveva uccisa!. Io mi appoggiai al muro,

trattenendo il fiato per la forte emozione, attendendo che

tutto quanto finisse...

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Ma le cose ora erano molto più gravi di ogni previsione.

Osservai l’Abate che, là di fronte al cadavere, stava

pensando una soluzione, e si guardava in giro... Finchè

fermò il suo sguardo là, alla pozza di fango dove si erano

adagiati i porci.

Guardò al cadavere, come per calcolare la possibilità,

poi la afferrò per le gambe e la trascinò verso... No!... Non

poteva essere vero!... Pensai di sognare, e mi scossi più

volte, per cercare di ritrovare la realtà.

Ma la realtà, purtroppo, non era che quella orribile e

tremenda situazione che mi si stava presentando dinnanzi.

Presso la pozza dove si trovavano i porci c’era una botola,

che finiva nelle fogne sottostanti, nella quale si scaricavano

i rifiuti della stalla.

Facendosi largo tra i porci trascinando la donna esanime,

l’Abate, nella penombra che lo distingueva ora solo

per l’affannoso respiro, giunse alla botola, l’aprì; sollevò

il cadavere e lo scaricò giù sotto; stette affacciato un

momento, per accertarsi che veramente non ci fosse più

traccia... Poi richiuse la botola, e si avviò lesto verso il

Monastero. Io rimasi ancora lì, pietrificato, incapace di

rendermi conto di essere stato testimone di una realtà spaventosa

ed assurda più che mai.

Poi mi alzai, andai piano piano verso la botola, l’aprii.

Ma, giù sotto, non si distingueva altro che il canale di

scolo dell’acqua sporca, che emanava un intenso sgradito

odore. Quella fogna, che proveniva dal paese, e passando

per il Monastero, finiva poi nel fiume, più in giù. Richiusi

l’apertura, e mi avviai, sconvolto, al Convento.

Il resto della giornata lo trascorsi andando su e giù per

la cella, ripensando a quello che avrei dovuto o almeno

potuto fare; a ciò che ora dovevo fare, a come poteva esse17

re stato possibile tutto questo; al fatto che lui, l’Abate, si

trovava in quella situazione impossibile da vivere... e a

tante altre cose, che mi tennero occupata la mente; finchè,

alle quattro del mattino, scoccò la campanella della sveglia.

Dopo pochi minuti mi trovai in coro, attendendo il

momento della preghiera... Sarebbe venuto lui, l’Abate?

Avrebbe avuto il coraggio di presentarsi, dopo quelle tristi

e orribili realtà che aveva vissuto soltanto poche ore

prima?. Al momento dell’inizio della preghiera mattutina,

mancava solo lui; già... come poteva esserci, come avrebbe

potuto?. Tutti si misero in piedi, per iniziare la recita...

e, in quell’instante, lui entrò!...

Come sempre, altero e impassibile. Raggiunse il suo

scanno, al centro del coro. Lo osservai, fingendo di guardare

sul breviario; ma non scorsi in lui alcun segno di agitazione

o di tentennamento: era proprio quello di sempre:

sicuro, severo, e... limpido!.

Ma come poteva riuscire a nascondere ciò che era

stato?! Come riusciva a far finta di niente?!.

“In nomine Patris...” intonò con voce sicura, mentre

tutti rispondevano a tono. Quella preghiera per me fu la

più distratta della mia vita. Durante quei momenti, nei

quali gli altri pregavano, o almeno tentavano di farlo, io

non feci altri che ripensare all’accaduto: rivedevo di fronte

la scena della violenza sensuale e assassina... e lui... e lei

cadavere che finiva nel fosso.

E risentivo in me il rimorso della coscienza, e i pensieri

si mescolavano alle preoccupazioni, alle cose che avrei

fatto in seguito.

Anzitutto – mi proposi con decisione – occorre che

vada da lui, e gli dica che ho visto: che sono stato testimone

di questo suo delitto!.

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Mi sarebbe costato non poco, certo, mi dicevo. Ma la

verità era quella; e anche se ora all’Abate poteva certo

apparire la più tremenda e macabra da affrontare dopo

quello che aveva compiuto, cosciente o no in quella nottata,

le cose stavano così, e doveva sapere che io lo avevo

visto. E, da parte mia, era doveroso presentarmi a lui e

riferirgli ciò di cui ero stato testimone, e che lo riguardava...

e prima che tutto si complicasse.

A mattina inoltrata, si presentò il fattore alla portineria

del Convento; appariva disperato, perché non riusciva a

sapere dove era andata a finire la moglie... Dalla sera

prima, non si era più vista a casa.

E ora, in un disperato gesto di aiuto, si era rivolto ai

monaci, per avere un conforto e un ausilio da loro in quell’angoscioso

momento.

Io mi trovai a passare dalla portineria proprio in quei

momenti, e udii lo sfogo di quell’uomo con il monaco portinaio,

che lo assicurava che il Convento avrebbe fatto il

possibile, con la preghiera e la collaborazione che poteva

dare, per risolvere quella situazione. Io mi avvicinai al fattore,

e lo rincuorai: “Vedrai: presto ritornerà... si sarà

allontanata senza pensare di avvertirti!...” e mi tornò in

mente la scena della notte, mentre quell’uomo mi abbracciava

piangendo e sfogandosi in quella situazione confusa

e misteriosa. In quel momento mi riproposi di recarmi da

lui, dall’Abate, e affrontarlo una volta per tutte.

Non lo avevo ancora fatto, promettendomi di andare da

lui verso mezzogiorno; ma l’incontro con quell’uomo

disperato faceva ora accelerare le decisioni e il da farsi.

Deciso quindi a non rimandare oltre, mi recai allo studio

dell’Abate; mi feci annunciare dal monaco segretario, che

dopo pochi minuti mi disse: “Entra pure, ti sta aspettando”.

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“Dimmi...- iniziò lui, e mentre parlava riordinava le

carte sulla scrivania- mi hai mandato a dire che volevi parlarmi,

e di cose importanti e urgenti; beh, dunque?...” e

negli attimi di attesa riordinava e controllava nel cassetto

della scrivania.

“Io, Padre Abate, sono stato testimone... del suo delitto!”

gli dissi con tono calmo della voce, ma anche con

sicurezza e decisione.

Lui mostrò un fremito di reazione, che però cercò subito

di tenere sotto controllo; abbandonò le sue attenzioni

nel cassetto, e volse lo sguardo che celava a stento il timore

e la sua preoccupazione a me, che gli stavo seduto lì

innanzi. “Lo sapevo che, prima o poi, sarebbe successo

così...” disse con voce pacata e sicura.. Io stavo in silenzio,

ad attendere che tutto continuasse secondo le sue indicazioni,

e che manifestasse meglio anche ciò che in quelle

poche parole aveva ora accennato; rimanemmo così per

qualche attimo, silenziosi, seduti l’uno di fronte all’altro;

poi, lui continuò. “Ti meraviglierai della mia reazione...

Forse ti attendevi da me una forte emozione e un’agitazione,

alle tue parole; ma non può essere così...- e si alzò e

andò verso la finestra; guardò un attimo, assorto, là fuori,

poi proseguì – Ormai io sono così e non posso far altro che

rendermi conto di essere tale... che non potrò mai migliorare

e cambiare... che ormai sono schiavo di quello che

sono, e non c’è più niente da fare” e volse lo sguardo a me.

“Non la capisco... non riesco proprio a capire quello

che mi sta dicendo, Padre Abate!” osservai confuso.

“Voglio che tu sappia... specie dopo essere stato testimone

di ciò che hai visto... ti dirò... Ma promettimi che

quello che ti dirò sarà una confessione: sì, ti sto chiedendo

questo, ora... d’accordo?”.

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Tacqui per un momento, prima di rispondere: il Padre

Abate mi stava chiedendo di confessarlo... Ma veramente

questa era la sua intenzione, o non invece quella di assicurarsi,

con il sacramento, al quale poi io venivo vincolato,

la mia segretezza, e quindi mettendomi nell’impossibilità

di rendere testimonianza nei suoi confronti?... Ma, in quel

momento, prevalse in me il dovere di accondiscendere, e

di non rifiutare a lui, così come doveva esserlo in ogni

caso, la richiesta di confessarsi.

Alla possibilità di rendere la verità evidente, ci avrebbe

pensato la situazione. Non potevo ora rifiutare il sacramento

solo perché io ero stato testimone di quel delitto; e

poi, non dovevo ritenermi io soltanto la chiave di soluzione

di quella vicenda...

La verità sarebbe venuta a galla per se stessa, a poco a

poco, anche se io non avrei potuto offrire quel pur valido

contributo della mia testimonianza; infine, il sacramento

era la realtà più importante, ora, l’efficacia del quale

avrebbe aiutato tutti quanti, primo fra tutti l’Abate, a far

procedere le cose secondo ciò che era meglio: secondo la

volontà di Dio, in quella tremenda situazione.

Mi rimproverai anche il fatto di pensare male

dell’Abate, che, pur avendo compiuto quell’efferato delitto,

da parte mia non poteva essere giudicato, ma soprattutto

aiutato.

“D’accordo, Padre Abate” risposi con un accennato

sorriso, mettendomi nella disposizione di ascolto delle sue

parole. “Da un po’ di anni tutto è peggiorato... – iniziò lui,

con lo sguardo rivolto al cielo limpido là fuori - All’inizio

ero un buon Abate, un discreto superiore, senza né pecche

gravi, né grandi doti: un normale servo di Dio tra i monaci

di San Benedetto. Poi, un po’ alla volta, non so nemmeno

21

come di preciso, la tentazione di essere di più e di avere di

più è prevalsa con una intensità progressiva e insistente, al

punto da perdere in me stesso la capacità di ascolto di me

stesso, degli altri, di Dio: sì, anche di Lui!. Ora che ti sto

parlando così, forse a te non sembrerà possibile ciò che ti

sto dicendo, vedendomi qui calmo e controllato a parlare

con te. Ma ciò che c’è dentro di me e che spesso prevale

senza che io riesca a controllarlo, è la forza nientemeno

che del peccato, di Satana, che spesso mi possiede e mi fa

fare, indirettamente, come nel considerare male gli altri, o

direttamente, come mi hai visto fare tu, il male peggiore.

Sì: sono posseduto dallo spirito del male, me ne accorgo

sempre di più; e sono incapace di resistere: Lui mi trasforma,

piano piano, solo qualche volta in modo evidente e

così provocante; ma sono un posseduto dal Demonio! Non

ho dubbi al riguardo!”.

“Ma... ma che state dicendo, Padre Abate?! – esclamai

interrompendolo – Non può essere possibile! Anche con il

male peggiore che lei ha compiuto, e questo certo non lo

possiamo ignorare, non possiamo nemmeno disperare

della grazia e del perdono di Dio!... E la sua preghiera?...

Non le è di aiuto in questo momento?”.

“Da tanto ormai non riesco più a pregare!” rispose lui

con lo sguardo assorto rivolto a là fuori. “Ma che va dicendo,

Padre Abate? – intervenni con convinzione – La preghiera

di questi periodi, e la sua vita di monaco, ...non può

considerare tutto quanto falsità o ipocrisia!”.

“Forse non questo – disse lui – ma certo è che ogni preghiera

e ogni sforzo non ha fatto altro che contribuire a

rendere ancora più denso il potere della tenebra in me; non

ha dato, cioè, dei frutti; e io mi sono sempre più ritrovato

a rovinare me stesso e gli altri. Al punto di abituarmi

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anche al male, da considerarlo ormai dimensione importante

e necessaria per la realizzazione della mia vita! Ti

rendi conto? Io, teoricamente, rifiuto quel male; ma sento

anche che esso è un potere più forte di me, e che nonostante

le preghiere, i sacrifici e tutto quanto gli altri possano

fare per me, non è possibile da parte mia evitare: mi sento

ormai veramente schiavo di questo potere!”.

“No!... Non può essere possibile che lei dica questo!

Ora si trova agitato e sconvolto, per questo parla così...”

dissi, cercando di riaffermargli le mie convinzioni.

“Sarà pure ciò che dici. Ma non è solo questo fatto che

mi porta ad affermare queste cose: il delitto che ho commesso,

non avrei potuto in alcun modo evitarlo: era proprio

una realtà da compiere; perché, pur non volendo il

male, mi sono trovato sotto il suo potere, che in quel

momento mi ha portato a ciò. Ma questo non è che l’ultimo

atto di tanto e tanto male che ho portato in me e attorno

a me. Osserva soltanto nel Monastero: guarda come

sono cambiate le cose, e sempre più in peggio. Pensi forse

che non me ne sia reso conto? Eppure, in tutto ciò che procede,

sento che è qualcosa più forte di me che conduce

tutto quanto e che dà la rovina. Pensi che io non voglia

evitare tutto questo? Eppure, è più forte di me, e prevale.

E il Monastero sta andando alla rovina, sempre più; anche

voi ne state risentendo. È vero, ci sono molti bravi monaci,

che resistono a questa mia forza maligna che trasmetto

attraverso il mio essere superiore... ma fino a quando?

Pensi proprio che si andrà avanti ancora per molto con

questa sempre minore serenità e sempre maggiore tensione

che entra nella vita della comunità?”.

A questo punto rimanemmo un momento in silenzio, in

un cupo e profondo silenzio che gravava come ossessione

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su entrambi. Poi, lui continuò: “E per quale motivo pensi

che i superiori mi abbiano mandato qui?... Questo era il

meno peggio... questo Monastero era uno dei pochi dove

c’erano pochi monaci; e dove io, sebbene a malavoglia,

accettavo di entrare come Abate. E così, dopo aver rovinato

quel Monastero dov’ero prima, e ti risparmio i fatti,

anche se puoi intuire che non accadde altro che male e

rovina, ora sono qui e, mio malgrado, sto rovinando, attraverso

l’occasione del mio essere Abate, me stesso e tutti

voi”. “Ma i superiori... che dicono a questo riguardo?”

chiesi io. “Che vuoi che dicano? Io ho spiegato loro come

stavano le cose, un tempo, quando tutto non era ancora

così gravemente compromesso, quando ero ancora all’inizio

di queste esperienze di male. Ma loro non è che abbiano

dato molto rilievo alla faccenda: mi hanno detto di

obbedire, e di non rendere la situazione troppo evidente...

che più o meno per tutti e dappertutto il male c’era. E così,

non ho potuto farmi aiutare nemmeno da loro; e le cose

sono pertanto proseguite e peggiorate”.

“E a questo punto - mi scusi se la domanda può essere

personale e forse esagerata – non ha mai pensato a...

lasciare il suo essere Abate, restando magari semplice

monaco, per poter recuperare o frenare tutto quello che

succedeva?”.

“Eh!... Ci ho provato sì, e l’ho proposto ai superiori.

Ma sai che, quando uno ha rivestito il ruolo, da Abate, ed

essere ridotto a monaco, non poteva essere secondo loro la

scelta più giusta; quello che dovevo fare, da ciò che ho

compreso allora, era di continuare, il meno peggio possibile,

cercando di celare alla meglio; le cose, con il tempo,

si sarebbero dovute sistemare. Ma, come tu stesso hai

potuto constatare, non è stato affatto così, fino ad ora”.

24

“Ma lei, Padre Abate, come si sente ora?”.

“Vivo in quell’assurdo che pareva tanto impossibile, in

teoria, da praticare; ma che, in concreto, mi trovo a vivere

ogni giorno: essere Abate, e convivere con la potenza del

Demonio su di me; cercare di non approvare mai, ma essere

sempre costretto a fare ciò che non vorrei. Penso sia, in

fin dei conti, il problema di ogni uomo di buon senso, che

consideri la propria situazione. Il fatto è che nella mia vita

le realtà sono giunte agli eccessi, e i contrasti ormai convivono,

quasi perfettamente. Lo diresti, in questi momenti,

che io sono indemoniato e posseduto? Non penseresti

proprio...”. Scossi il capo in segno di condivisione del suo

discorso.

“Eppure – continuò – il male vince e provoca effetti più

che mai; anche ora che ti sto parlando, sento di non poter

far nulla per evitare che esso, in queste mie parole, prevalga!”.

“Ma già il poter parlare di queste realtà – intervenni

– qui, ora, di fronte a me, con questa serenità e chiarezza,

la rende superiore certamente a questo male, non le

pare?”. “No... sembra a te – riaffermò lui – ma in effetti,

non è così; sento che in questo momento è ancora il potere

del male in me, che agisce e provoca attorno le sue conseguenze

funeste. Non so se tu ne resterai contagiato; non

lo vorrei proprio. Ma so che io intanto ti sto portando solo

male, anche ora, con queste mie parole e con questo mio

agire misterioso anche a me stesso, di fronte al quale non

posso affermare altro che il potere del male stesso: del

Demonio!”. “Ma se lei spera che non sia così, per lei la

speranza è più forte!”.

“In teoria, sì. Ma, in pratica, nella mia vita, questa speranza

non si realizza. In teoria: constaterai come me la

cavo bene nelle istruzioni, nell’illustrarvi la Regola, nel

25

consigliare e suggerire ciò che, apparentemente, anche per

voi è il meglio. Ma non è che quel potere, che continua

attraverso di me, e anche a voi! E già ne state sperimentando

gli effetti malefici... non è così? - e venne a sedersi

alla poltrona della sua scrivania, di fronte a me, e ripetè la

domanda guardandomi fisso, come dicendola più per se

stesso che per me – ...Non è così che sta succedendo?”.

Rimasi in silenzio, a fissare quegli occhi che non parevano

certo quelli di un posseduto, ma di una persona saggia.

No, non poteva essere un indemoniato il nostro Abate!

Certo, aveva violentato e ucciso. Ma quel suo parlare lo

rendeva presente a se stesso più che mai, come persona

saggia e vicina a Dio.

E quei pur tragici fatti non potevano compromettere la

superiorità dell’amore di Dio e della Sua presenza, di fronte

anche alla più tremenda delle tentazioni assecondate:

Dio era pur sempre più forte e più presente di ogni peccato

e di Satana!. Certo, il sentirlo parlare così sconvolgeva

alquanto. Ma non poteva essere uno strumento del male,

lui, l’Abate! E in lui si sentiva ancora la speranza, il desiderio

di non condividere quello che stava compiendo,

anche il male compiuto poche ore prima.

Non poteva essere così forte il male, al punto di giungere

ad annientarlo!. Osservai nel suo sguardo ancora un

poco, esitando, prima di porre la mia domanda; poi chiesi:

“Ma... allora, che farà?”. “Nulla di strano – rispose con

tranquillità – tutto ciò che facevo prima. Apparentemente,

sono l’Abate: all’esterno non appare nulla di ciò che sono

internamente. E il desiderio di comunicare agli altri la

verità profonda verrà sempre soppresso, anche ora, dalla

necessità di nasconderla. Come ho fatto da tanto tempo, al

punto da abituarmi a questo stile di vita assurdo...”.

26

“Ma allora – chiesi trepidante – non ha nemmeno intenzione

di confessare quella sua colpa!... Quell’omicidio!”.

“No – disse senza batter ciglio – nessuna intenzione:

tutto procederà, come prima, come se nulla fosse accaduto”.

“Ma... io lo so!... E di questo posso...!” ma mi bloccai:

il segreto della confessione, che avevo accolto, mi

avrebbe impedito ogni mossa di testimonianza di ciò che

avevo visto e sentito, di ciò che era veramente stato, e continuava

ad essere! Eccomi imbrogliato! mi dissi, stringendo

i denti con una espressione di rabbia e di rimorso.

Non riuscivo in quei momenti a capire fin dove era

stato nelle intenzioni dell’Abate confessarsi per trovare un

aiuto nel sacramento, e dove aveva agito la scaltrezza

della sua malvagità; per cui, riversando quei problemi suoi

anche su di me, ora ne venivo io stesso attorcigliato e

imbrogliato...

E se avesse veramente ragione lui, nel dire che in tutto

questo stava agendo una realtà demoniaca più forte di tutti

noi?... Ma allora tu, o Dio, dove sei? Dove sei finito?

Come puoi tollerare che ciò avvenga?... Dio?!... Ma queste

domande erano troppo impegnative e profonde per

rispondere in quel momento; sentii l’esigenza di andare

subito a riesprimere questi interrogativi là dove era possibile

dirli senza problemi di restrizioni e vincoli, e sentendo

se vi fosse una possibile risposta... là, da Lui, da Dio

stesso. Bisognoso di avviarmi al più presto là, di fronte al

tabernacolo, dopo poche altre parole e un saluto superficiale

e frettoloso, lasciai l’Abate e mi recai nel coro.

Entrando in chiesa, mi incontrai con uno degli anziani

monaci, che si era soffermato ancora un attimo in coro a

pregare, ed ora stava raggiungendo gli altri in refettorio

per il pranzo; lo avvertii di non attendermi, che non sarei

27

andato a pranzo. Poi, richiusi quel passaggio che dalla

sacrestia portava all’interno della chiesa. Ecco, ora ero lì,

solo con il mio Dio... In chiesa non c’era nessuno; e fino

alla recita della preghiera delle tre del pomeriggio, non

sarei stato certamente disturbato.

Avevo quindi tutto quanto il tempo per chiedere a Dio

quelle realtà che mi premevano e mi urgevano da dentro,

e che ancora non trovavano alcuno sfogo. Passeggiai per

un attimo avanti e indietro, nel mezzo della navata della

chiesa; poi, salii dietro, nel coro, e mi misi là, in mezzo, al

posto che veniva occupato dall’Abate.

Mi inginocchiai e rimasi in silenzio, con il volto raccolto

tra le mani, per prepararmi a quell’incontro... “Dio!...

Ma dove sei?! – iniziai pregando con decisione, volgendo

lo sguardo là, al Tabernacolo – Rispondi! Fatti sentire!...

Non puoi restare nel silenzio! Parla! Di’ qualcosa!”.

Mi alzai e di nuovo tornai nel mezzo della chiesa, passeggiando

su e giù e meditando; poi, mi sedetti su un

banco, e volgendo là di nuovo il mio sguardo preoccupato

e piangente, iniziai senza ritegno alcuno il mio sfogo:

“Dio!... Non credo più!... Nemmeno che tu possa ancora

esistere! Ma come puoi permettere ciò che è stato, e ciò

che avviene?... Come puoi lasciarci in balìa, noi tutti, e

perfino lui, il nostro Abate, ad essere ridotti a schiavi del

male?!... Perché non c’è più la tua luce? E dov’è tutto ciò

che sei?... Dove sei?... Ma... ci sei?!...”.

Mi avvicinai al Tabernacolo, e iniziai le mie assurde

illazioni: “Ma che ci fai rintanato lì?!... Non vedi quello

che sta succedendo?!... Sì, ci vuole fede?! È questo solo

che ci dici?!... Ma non siamo dei santi, noi! Abbiamo i

piedi qui sulla terra!... Non ci stai chiedendo un po’ troppo?!”.

Avvicinandomi, misi il volto davanti alla porta

28

chiusa del Tabernacolo: “Ma forse sto parlando a vuoto!

Forse ci hai imbrogliati per tutta una vita... Ci hai illuso;

anzi, ci siamo illusi che lì dentro ci fosse un qualcuno, che

attorno – e ritornai nella navata della chiesa – e che nel

mondo ci fossi per davvero. E adesso, nel constatare quello

che avviene... Dove sei?... Siamo abbandonati?!... Forse

lo siamo sempre stati!”.

Mi asciugai le abbondanti lacrime che in quello sfogo

confondevano, oltre alle idee, anche la possibilità di

distinguere le cose attorno; cominciai a vedere, in quella

penombra della chiesa scarsamente illuminata, soltanto

tenebra e buio; andavo su e giù innervosito, e puntando i

pugni ora su un banco, ora su un altro, ora sull’altare,...

“Ma che ho creduto finora? A che cosa sto credendo adesso?!...

Ma che imbroglio sta emergendo da questa situazione?...

Tutte falsità, quelle finora vissute... Che ora

cadono, cadono! Non resta in piedi nulla!... E questo

Dio?!... Dove sei?!... Ci sei?!...”.

Ero sempre più confuso, e con i miei sfoghi cercavo

sempre più di avere qualche sostegno, qualche certezza, di

fronte a tutte quelle realtà che erano apparse essere le basi

della fede; ma che ora, di fronte a quelle vicende appena

vissute, si rivelavano come inconsistenti e futili... Quelle

realtà della vita dell’essere monaco, e prima ancora uomo

di fede, che di fronte alla situazione sentiva il venir meno

di ogni realtà ritenuta allora positiva e che invece ora, proprio

adesso che avrebbe dovuto apparire come efficace,

non sembrava nemmeno esserci più!.

E anche Dio si sgretolava di fronte a quei problemi!...

Dov’era finito, se mai ci fosse stato? Forse avevo creduto

a tante falsità; e mi ero giocato la vita per Lui... già, ma per

chi?. Ora, lì, non sentivo proprio niente di Lui: la preghie29

ra, la mia vita per Lui, non apparivano proprio per niente...

o meglio, solo come realtà sprecate; mentre appariva sempre

più la mia esistenza come vita non goduta pienamente,

ma rovinata da quelle idee e credenze infantili che mi

facevano dire le preghiere e parlare con un Dio inesistente,

e frutto soltanto della mia immaginazione.

Dimenticando il Tabernacolo, andavo avanti e indietro

dalla chiesa, come se in effetti non esistesse alcuna presenza

di Dio, lì; ripensando solo a me stesso, alle realtà

accadute, e inveendo contro quel crocifisso che ogni tanto

mi si parava di fronte: “Per chi stiamo vivendo?! Per te?!...

E poi eccoti lì... Certo: Risurrezione, fede... e tutto il

resto... Ma non è possibile sentirle! Sono cose morte, proprio

come tu, lì,... e adesso anche qui!” e indicai il mio

cuore. Ero adirato e confuso, incapace di ragionare per

mio conto; mi pareva proprio di risentire quelle affermazioni

dell’Abate che diceva: “Ora io sono così e non potrò

cambiare... Vivo sotto il potere del male, e non c’è più

nulla da fare...”.

Già... ora, proprio lì nella chiesa, sentivo sempre più

forte la potenza del male, e sempre meno consistente la

presenza di Dio. Forse lo bestemmiavo e gli inveivo contro

per dargli un’ultima possibilità per farsi sentire, per

intervenire... Ma dopo ogni volta, concludevo che non

potevo far altro che constatare di Lui l’impotenza ad aiutarmi,

ad aiutare il Padre Abate, ad aiutare quei monaci in

quel Monastero sempre più in sfacelo... E allora forse,

anzi certamente, era meglio così: che tutto si sfaldasse,

che crollasse, per recuperare la vita, intanto che c’era

ancora un po’ di tempo. Quella vita che l’immagine di Dio

mi stava oscurando anche adesso; benvenuta quella rovina,

allora, e quell’omicidio compiuto dal Padre Abate,

30

perché tra tutti i torti, aveva anche il merito di aprirmi gli

occhi alle nuove possibilità della mia ragione, dei miei

progetti, finora chiusi in questo lugubre luogo dove la mia

vita solo illusoriamente aveva senso...solo superficialmente.

Ma ora le cose cambiavano; già, stanno cambiando,

Dio che non sei mai esistito!.

Sentivo soltanto me stesso, in quel momento, e tutto

quello che era di Dio o riferito a Lui, non appariva nemmeno

più all’orizzonte... veniva spazzato via subito...

Mentre si ergeva, sempre più consistente, la mia capacità

di essere un uomo vero e autentico senza Dio!. In un attimo

di questa euforia, mi volsi al Tabernacolo, e sorridendo

ironicamente, esclamai: “Ma vai al diavolo anche tu!”.

Poi mi sedetti su un banco, meditando, un po’ ad alta

voce, e un po’ nel silenzio: no... non posso continuare così,

ad illudermi di un Dio che non esiste! Sento ora come

verità ciò che dice l’Abate: non c’è niente da fare...

Prevale il Demonio... Eh, sì, caro Abate! Per forza!... E

come potrebbe prevalere un Dio che non si fa sentire?... E

che non c’è?. Vivrò con il Demonio...visto che non c’è

altra possibilità, a quanto pare. Faremo quello che vuole

lui, Satana... Forse, non è poi tanto male!. Guardai al crocifisso,

e lo insultai con un’altra bestemmia: “È vero che

non hai potuto scendere dalla croce; e non puoi ora volere

che noi la prendiamo!”.

Quella vicenda dell’Abate mi aveva sconvolto più del

previsto, e mi aveva portato a tutte queste reazioni; e non

erano atteggiamenti, questi, che rimasero chiusi in quei

momenti; no, cominciarono ad intensificarsi anche nelle

giornate seguenti, dandomi sempre più motivi validi per

lasciar perdere tutto ciò che ero stato finora: il mio essere

monaco... ed anche la possibilità di un futuro con la pre31

senza di Dio. Ora, solo il mio io era il punto di riferimento

di ogni realtà: sempre più, e sempre più intensamente!.

Ma ciò che diede il colpo di grazia a quelle insorgenti

domande sulla consistenza di Dio nella vita, che in quei

momenti ancora tentavano di sopravvivere nella mia

coscienza corrosa e quasi completamente annebbiata, fu il

suicidio del Padre Portinaio: si era gettato giù dal campanile,

andando a conficcarsi con le budella in uno dei pali

che sorreggevano la recinzione sottostante, lanciando urla

strazianti prima di morire; e lasciando un messaggio scritto

su un foglietto che avevamo ritrovato nelle sue tasche:

‘Ma che state a vivere così? Meglio morire! Io vado ad

aprirvi la porta. Come sempre, arrivederci’.

Quel fatto sconvolgente, spiegato dall’Abate come il

frutto di un esaurimento nervoso che il monaco aveva già

da tempo, non fece altro che ingigantire il malessere della

vita nel Monastero... E dopo alcuni giorni, decisi di abbandonare

definitivamente quello che non ritenevo più il

posto ideale della mia vita, e il mio essere monaco; cercai

di convincere anche alcuni degli altri, parlando ai più giovani.

Ma quelli non se la sentivano di fare un passo così

decisivo: preferivano rimanere, con le loro crisi, e continuare,

nella speranza di vedere la situazione rischiararsi.

Quando esposi all’Abate la mia decisione, lui rimase

apparentemente imperturbabile...

Ma comprendevo che anche per lui era la cosa migliore

che stavo facendo: non avrebbe più avuto tra i piedi uno

scomodo testimone; e poi, circa la testimonianza che avrei

potuto dare nei suoi confronti, egli sapeva che, da parte mia,

niente sarebbe trapelato, neppure là, fuori dal Convento, e

senza più gli obblighi del mio essere monaco; ora, in

effetti, avrei avuto anche la possibilità di intervenire

32

ed accusarlo: no... Gli avevo promesso che non avrei mai

più parlato di quella faccenda; e che se la sarebbe sbrigata

lui, con la sua coscienza.

Aveva allora cercato di farmi capire di apprezzare quella

mia intenzione, invitandomi a farmi sentire, se avessi

avuto bisogno di qualche cosa, di denaro o di una sistemazione...

Ma io gli risposi di non preoccuparsi, perchè uno

zio facoltoso mi era ancora molto affezionato, nonostante

quello che stavo facendo, rinnegando la mia vita monacale,

e mi avrebbe lui aiutato più che volentieri.

E così, tutto quanto pareva risolto per il meglio: io ora

stavo recuperando la mia vita che stavo rischiando di perdere;

il Padre Abate si trovava al sicuro; i monaci avevano

materia da offrire al Signore per valorizzare quei

momenti; e Satana era colui che aveva realizzato tutti i

suoi desideri, compreso quello della constatazione della

morte di Dio.

Ora, mentre percorrevo la strada del ritorno a casa, su

quella carrozza che imboccava il viale alberato, incontrando

il tramonto del sole, pensavo tra me e me al fatto che

non era stato poi così difficile affermare la morte di Dio, e

cambiare tutta la mia vita: da Lui, che non era mai esistito,

a me stesso... Ora esistevo, e sentivo grande la voglia

di esplorare la vita e di recuperare tutto ciò che avevo

perso; e che, grazie all’Abate e al suo delitto, ora andava

riapparendo all’orizzonte dei miei interessi.

Satana, quel disgraziato, l’aveva fatta grossa, mi dicevo;

ma, aggiungevo sghignazzando: e che altro poteva

fare? Per fortuna che mi ha aperto gli occhi!.

E il seguire lui, non appariva poi così lugubre e pauroso

come mi era stato descritto; anzi, appariva affascinante

e desiderabile... Le cose del mondo riapparivano, allora, in

33

quel momento, da lontano; e si avvicinavano, nella fantasia,

e si realizzavano al massimo: denaro, piacere, avere,

potere, regnare,... Tutte realtà sempre vissute come negative,

e che adesso si rivelavano essere i nuovi ideali della

rinnovata vita di un... ex monaco.

Ma chi me l’aveva fatta scegliere quelle vita da religioso?!...

Per fortuna, quella vicenda!... Per fortuna, mi ripetevo.

E sognando e risognando, tra un sobbalzo e l’altro

della carrozza, le cose perdute, e immaginando ora le realtà

da rivivere, mi addormentai, in quel viaggio che portandomi

fuori da una vita che ritenevo illusione, mi stava

conducendo alla nuova e reale esistenza che il futuro mi

stava prospettando dinnanzi.

NON PIU' MONACO

In questa seconda parte esporrò della mia vita fuori dal

Convento: di come divenni uomo del mondo, e del mio

vivere non più da monaco; e delle condizioni nelle quali a

poco a poco mi venni a trovare; e infine, di come la fortuna

mi venne incontri in quei momenti.

Erano trascorsi alcuni mesi da quando, lasciato il

Monastero, mi ero sistemato presso quel mio parente,

ricco e stimato nella città, che pian piano mi stava inserendo

nella vita del mondo, che avevo quasi dimenticata: mi

aveva insegnato la caccia, e avevo imparato per questo a

cavalcare e a lanciare il cavallo al galoppo, al momento

opportuno quando, recandoci nella sua villa di campagna,

organizzava per me e per gli amici le più entusiasmanti

battute. Avevo anche cominciato a conoscere anche molte

persone importanti e nobili della città: il Cardinale, il

Governatore, il Comandante della Guarnigione, l’Esattore

delle tasse... tutta gente stupida, diceva lo zio, ma anche

troppo importante per non essere tenuta in considerazione;

era sempre una mossa prudente il tenerseli appresso e il

farseli, anche solo esternamente, amici.

E poi, accanto a loro, le nobildonne: alcune sposate,

altre sulla via, altre ancora disponibili a trascorrere con noi

le serate, e a tenerci compagnia la notte... La prima volta

che lo zio me la inviò in camera, quella nobildonna, ebbi

non poca difficoltà a barcamenarmi in quel rapporto che

36

ella mostrava come il più eccitante e piacevole, ma che io

non ero ancora pronto a vivere con quella intensità che lei

in quel momento mi stava offrendo.

E così quella notte trascorse tra i dialoghi alla finestra,

gli scambi culturali e gli apprezzamenti sulle altre signore,

sugli invitati che avevano partecipato alla cena di quella

sera, sulla situazione patrimoniale dello zio, sulle vicende

di quella città,... senza mai arrivare all’intimità, né nelle

parole, né nei fatti.

Nel parlare, poi, avevo avuto timore anche di poter svelare,

magari inconsciamente e distrattamente, ciò che ero

stato fino a pochissimo tempo prima; e ciò mi aveva trattenuto

nei comportamenti e nella disponibilità a lei. Ma

dopo questa prima volta, con l’aiuto dei consigli dati dallo

zio, riuscii a superare ogni remora e timore; e a poco a

poco mi feci la fama di un saggiatore di nobildonne; ed

esse, tutte quante, aspiravano a trascorrere le notti con me,

e si ingelosivano le une verso le altre... ero diventato,

insomma, un vero e proprio mattatore, in questo aspetto. E

lo zio mi elogiava; e non poche volte tentò di spingermi a

una relazione definitiva, a sposare una di quelle nobili... la

più ricca – suggeriva – o quella parente del Cardinale, o la

figlia del Governatore... una che avesse insomma potere.

Mi diceva che questo era importante, perché mi rendeva

ancora più nobile e ricco, e la mia stima nella società si

sarebbe accresciuta non poco; aggiungeva poi che non

avrei dovuto per questo rinunciare alle mie avventure con

le altre; no, anzi, ogni relazione diventava ancor più interessante;

ma l’importante era la figura: quella di un uomo

potente, ricco e stimato nella città, e con la ‘sua’ donna.

Ma, nonostante le sue ripetute insistenze, non mi decisi

a fare quello che egli mi chiedeva: non avevo affatto

37

piacere a legare, anche se solo esteriormente, la mia vita a

una di quelle!... Certo, per la notte ognuna di loro andava

bene... e anche due o tre assieme... Ma legarmi, da marito

a moglie, a una di loro, no, l’idea non riuscivo per niente

a mandarla giù; nel frattempo, secondo me, le avventure e

le relazioni provvisorie erano la cosa migliore, e mi appagavano

in modo soddisfacente; e poi, ero abbastanza stimato

anche senza moglie.

Le relazioni con il Cardinale erano ottime: quell’essere

obeso e lussurioso, che non aveva niente di spirituale, se

non quell’alito puzzolente che emanava quando si faceva

vicino per dire la sua nel discorso che si stava trattando,

ero riuscito a conoscerlo anche nei suoi lati deboli; e profittando

di questi, me lo ero fatto compagno prezioso nei

problemi da affrontare nel rapporto con la Chiesa, in caso

di vendite o di compere di terreni, negli espropri verso la

gente che occupava quelle terre che dalla Chiesa dovevano

passare in mia proprietà, e che lo zio aveva ora intestate

a me, dandomi piena fiducia.

In questi casi lui, il Cardinale, sapeva rimuovere ogni

ostacolo e risolvere ogni questione che la burocrazia

avrebbe potuto in altra situazione frapporre; e con una

buona cena e un invito a un pomeriggio di gioco d’azzardo

con la scacchiera, tutto veniva ripagato.

Ma non era soltanto questo il suo lato debole, sul quale

potevo contare per accattivarmi le sue attenzioni e i suoi

favori: gli piacevano, come a me, le signore, e in particolare

quelle sposate; aveva i miei stessi gusti... E così, tra

una confidenza e l’altra, ero giunto a inviargli quelle

nobildonne, che tra una ricompensa in denaro e dietro

qualche regalo a parte sua, ci stavano a renderlo un po’

contento con qualche nottata di piacere.

38

Circa poi il mio passato, niente con lui era trapelato...Il

Monastero era lontano da lì, e il mio lasciare la vita da

monaco non era avvenuto con scalpore, ma nel nascondimento

e in pochi giorni.

Quasi nessuno, là, si era interessato a quello scandalo,

e chi nei paraggi del Convento ne era venuto a sentore,

certo l’aveva anche presto dimenticato.

Così, il Cardinale mi conosceva come il nipote venuto

da lontano e accolto dallo zio, e non aveva nemmeno chiesto

di saperne di più... e io ero al sicuro, e non avevo più

problemi al riguardo. Certo, dopo averlo conosciuto, mi

era stato ancor più facile dimenticare il Monastero.

Sì, ogni tanto, riaffiorava nella mente il ricordo di quella

vita, di quegli anni trascorsi là; ma era una memoria

sempre più sbiadita e sgradita; e sommersa, quando si

faceva un po’ più insistente, nel vino, nel piacere, nel

gioco, nelle attività che come nobile signore mi appagavano

fino in fondo.

Trattare con quel paffuto e goffo Cardinale mi faceva

ancor più essere sicuro di ciò che avevo fatto, di aver compiuto

la scelta giusta, e non rimpiangevo certo le realtà

vissute un tempo, da monaco; quando il discorso cadeva

sulle realtà della Chiesa, sapevo sempre cavarmela, tra

una battuta di ironia e una fetta di dolce che condividevo

con quell’uomo di Chiesa, che cercando di parlare di problemi

spirituali, non si accorgeva che non faceva altro che

apparire ancor più inadeguato e indegno di quella croce

che portava, e che ogni tanto ripassava con il tovagliolo,

dopo che l’aveva imbrattata di ogni genere di pietanza e

anche di un mezzo bicchiere di vino.

Comunque, ero riuscito a sopportarlo, in fin dei conti;

e in ogni occasione, per me, lui avrebbe sempre fatto il

39

possibile, non certo meno. Con il Governatore le cose

erano un po’ diverse: lui, di donne non se ne intendeva un

granchè; la moglie, che amava frequentarmi spesso, mi

aveva confidato che con lui non c’era proprio più niente

da fare nel rapporto sessuale: solo qualche carezza, che lei

gli offriva, più che altro per tenerselo buono e per chiedergli

qualcosa; nulla più.

Al resto, poi, per lei pensavo io. La sua passione era la

caccia; ed era per questo molto legato allo zio, che trovava

per lui il terreno adatto, la selvaggina più bella, e gli

suggeriva il modo migliore per farla arrostire, invitandolo

personalmente in cucina durante la cena.

Il suo carattere altezzoso verso tutti gli altri lo rendeva

alquanto antipatico; da parte mia, oltre al saluto e a qualche

battuta di rito, non riceveva altro.

Avevo in effetti cercato di farmi insegnare da lui qualche

trucco sul modo di condurre il cavallo e di stanare le

lepri, ma di fronte alla sua impazienza e all’alterigia dinnanzi

ai miei sbagli, avevo preferito come maestro lo zio.

Nei momenti più importanti, non mancava mai; e lo zio

mi aveva raccomandato di lasciarlo sfogare, in quelle

occasioni, perché soltanto così poi era più facile farlo bere

in compagnia, e togliergli la facoltà del controllo di sé, per

poter da lui avere quelle informazioni importanti che

necessitavano per un problema e per l’altro.

E così, quando c’era lui, lo si lasciava parlare ad alta

voce, come se tutti lo stessero ascoltando, anche se poi

ognuno continuava con altri il discorso, a bassa voce, e

soltanto lo zio, continuando ad annuire e a farlo bere,

apertamente lo seguiva nei suoi argomenti.

Il Comandante della Guarnigione era certo il più simpatico:

giovane, baldanzoso e molto educato; aveva solo

40

un difetto: amava avere relazioni con quelli del suo stesso

sesso. E tra le indiscrezioni, era filtrata anche quella che se

la faceva con i suoi ragazzi alla Guarnigione, e che insegnava

loro, oltre alle tecniche dell’attacco e della difesa,

anche le più svariate maniere di avere rapporti con lui.

Comunque, a parte che nella Guarnigione, pare non avesse

altre relazioni, nemmeno con qualcuno dei nobili e

delle persone di alto rango.

Tra gli aspetti positivi che aveva, c’era certo da riconoscergli

il fatto che lui era informato su tutto, e che più che

un capo dei soldati, appariva sempre come un uomo di

biblioteca e di cultura: in ogni problema o fatto che si

discutesse, sapeva porre la sua opinione in un modo estremamente

interessante e accattivante, al punto che spesso

volgeva l’attenzione dei presenti su di lui, ricevendo alla

fine delle sue esposizioni i maggiori assensi e anche, qualche

volta era accaduto, degli applausi. Il suo aiuto era poi

molto prezioso, specie nei momenti in cui era necessaria

una difesa durante le spedizioni delle merci di valore e il

passaggio di proprietà in nostro favore: quando il vecchio

proprietario faceva delle difficoltà, lui ci mandava una

truppa per far valere i nostri poteri, e avere tutto ciò che

desideravamo.

Inoltre, tra le considerazioni positive nei suoi confronti,

c’era anche il fatto che si accontentava di ricompense

non troppo laute, mentre mostrava meglio gradito da parte

sua un nostro invito a una cena o ad una festa. Infine, tra

le persone che più mi sono rimaste impresse e che apparivano

le più importanti, vorrei ricordare l’Esattore delle

tasse, che era certo un grande strozzino: ogni occasione

per fregare la gente era buona... S’intenda, gente del popolo,

non certo noi, che dopo le prime offerte che gli aveva41

mo fatto, ponendolo anche tra i nostri principali invitati, ci

eravamo sentiti rispondere che avrebbe gradito anche

qualche mancia in denaro, per quei servizi che ci rendeva

alleggerendoci dai doveri pecuniari.

Un vero profittatore, niente affatto simpatico, ma che

tutti dovevano sorbirsi, anche se sempre cercavano di evitarlo;

durante i banchetti, si esibiva con piccoli giochi di

prestigio, che spesso ripeteva, senza ricordare bene quello

che aveva già mostrato e quello che già tutti avevano

visto. Comunque, tra una portata e l’altra, lo si osservava,

soprappensiero, per non dargli l’idea che a nessuno interessava

quella sua presenza tanto scomoda ma preziosa.

Tra le nobildonne, non ve n’era una che si salvasse: tanto

belle alcune, ma sempre e soltanto stupide e superficiali;

belle, sì, nei seni, nei movimenti, nelle gambe e nel corpo;

ma senza fascino, senza intensità, senza capacità di entrare

nel discorso in modo profondo.

Beh, d’altronde, erano lì solo per tenere la facciata dell’educazione

e della femminilità nell’ambiente; e per far

piacere a chiunque, come me, dopo la giornata, amava trascorrere

piacevolmente un po’ di tempo senza pensare a

nient’altro che a lasciarsi invadere dalle emozioni.

Quando poi esse si ritrovavano insieme, parevano proprio

soltanto delle comari pettegole e antipatiche... Certo,

poi, a letto facevano un gran comodo. Intanto lo zio, sentendosi

ormai vecchio, e ponendo una sempre più ampia

fiducia in me, mi aveva a poco a poco affidato quasi tutto

delle sue cose; certo,era pur sempre lui il padrone; ma

dopo avermi introdotto in quella vita, pareva ora volersi

tirare in disparte, e lasciare tutto alla mia gestione, che

esaltava di fronte a tutti come saggia e accorta. In effetti,

ci sapevo fare, in quegli affari e in quegli intrighi; e là

42

dove non riuscivo con le buone, sapevo usare anche la

forza: lo zio mi aveva assegnato, per l’occorrenza, anche

le sue guardie del corpo personali: i suoi scugnizzi; che

ora, passati a me, erano disposti a tutto: bastava una mia

parola. Essere nobile e ricco, potente e stimato, mi faceva

sentire sempre più appagato, sempre più sazio; non avevo

certo rimpianti per il passato, se non il fatto di non aver

avuto prima tutta quella fortuna che, anche se giunta solo

tardi, era pur sempre una grande e sproporzionata sorpresa,

che non cessava di farmi esultare.

Vedere la gente implorare ai miei piedi, mi faceva sentire

sempre più grande; sentirmi chiamare ‘signore’ e ‘sua

grazia’ non era certo cosa di poco conto; avere poi altri

nobili a mio servizio, mi faceva sperimentare ancor più la

gioia del potere, dell’avere e del godere.

Che mi mancava?... Spesso, con quel grassone del

Cardinale scherzavo circa il suo Dio e le realtà dello spirito,

che infangavo di ogni genere di beffa; e percepivo che

anche lui, pur salvando la facciata della sua autorità, tentando

di rinnegare per dovere quello che io affermavo per

piacere, non possedeva affatto quell’amore per le realtà

della fede che emanava sempre dalle sue parole, ma che

non si constatava certo dalla sua vita... e dava così l’impressione

di condividere, dentro di sé, profondamente, ciò

che fuori negava apertamente.

In me non esisteva più nulla di quella che un tempo era

la fede; la consideravo negata; e insieme ad essa si era

smorzata anche la presenza di Satana... mentre invece mi

appariva di fronte, sempre più, soltanto una realtà sola: me

stesso.

La mia fortuna arrivò all’apice con la morte dello zio,

che mi aveva nominato suo unico erede.

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Grazie a lui, la mia vita era giunta alle sommità della

gioia e delle realizzazioni; era stata per me una occasione

impensabile e inattesa certamente quella di aver incontrato

lui sulla mia strada.

Io e lo zio eravamo sempre andati d’accordo: lui sapeva

come accontentarmi, e anche dove io volevo arrivare, e

mi precedeva sempre, attendendomi e insegnandomi le vie

migliori a me ancora nascoste, per avere ed ottenere, per

superare i problemi ed affrontare le realtà che si sarebbero

potute poi complicare o oscurare; mi aveva insegnato la

tattica del procedere per essere un nobile sempre più stimato,

affermato e ricco.

Da parte mia, sapevo accontentarlo quasi in tutto; e ciò

che non facevo subito, mi rendevo disponibile a farlo in

seguito; come, ad esempio, il fatto di cercarmi una moglie:

“Ma se non l’hai neppure tu, perché continui a raccomandare

a me di scegliermene una?” gli dicevo sempre, al

riguardo.

Non mi aveva mai risposto; sorrideva e scuoteva il

capo, cercando di farmi comprendere che ciò che lui non

era riuscito a realizzare completamente, io potevo compierlo,

con i sui consigli e i suoi aiuti.

Lungo il corso della malattia che lo aveva costretto a

letto per alcuni mesi, si era sempre tenuto al corrente delle

cose che avvenivano attorno a lui, e non mancava di

richiamarmi là dove andava fatto, e di dare incitamento a

quelle cose che, secondo lui, stavo mettendo in pratica nel

modo migliore, proprio seguendo quelli che erano i suoi

gusti; da parte mia, spesso e volentieri mi recavo da lui e

stavo a discutere delle realtà della sua e della mia vita.

E fu proprio in una di queste occasioni che – mai lo

aveva fatto prima di allora – mi chiese: “Senti: vorrei farti

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ora una domanda; ma ti dico subito che, se non te la senti

di rispondere, cambierò argomento in fretta, e parleremo

delle nostre cose. Quando ti ho accolto qui con me, non

avevo nessun desiderio di sapere la tua risposta; ma ora

che mi sento alla fine della mia vita vorrei, sempre che

anche tu lo desideri, conoscere il motivo che ti ha portato

ad uscire da quel Convento nel quale ti trovavi già da

parecchio... quale fu il motivo...” e mi osservò, ma con uno

sguardo quasi assente, come per significare che se anche io

non avessi risposto a quella sua domanda, la nostra amicizia

sarebbe rimasta tale e quale, e non sarebbe venuta

meno;... e la sua domanda sarebbe stata subito dimenticata,

come se non l’avesse mai nemmeno formulata.

Alla sua richiesta, io rimasi un momento nel silenzio,

non tanto per pensare se dovessi rispondergli o no – in

questo l’avrei subito accontentato – ma soprattutto per

chiarire a me stesso, dopo che tutto quanto si era andato

annebbiando, il ricordo di quei momenti: ...dalla scena

della violenza e del delitto di quella donna... dell’Abate

che si era dichiarato un posseduto... dei monaci in crisi...

del Padre Portinaio che si era suicidato... di quel Fattore,

che per giorni aveva continuato a venire al Convento per

essere consolato, finchè poi si era rassegnato al fatto di

non vedere più la moglie, che le indagini fatte certo avevano

dichiarata dispersa... e della mia profonda crisi, e la

decisione di lasciare il Monastero e di andarmene per

un’altra vita... Tutte queste cose, e le altre vicende che mi

erano venute alla mente in quei momenti, le raccontai allo

zio, prima che lui morisse, esaudendo le sue aspettative al

di là di ciò che aveva richiesto da me.

Dopo avergli confidato tutto quanto, gli avevo anche

domandato: “Ma tu, zio, ci credi a Dio?... Ci credi che esista

questa realtà, questo Dio sopra di noi?... Non ne abbiamo

mai parlato, se non nelle discussioni delle cene e delle

feste, quando discorrevamo delle realtà della Chiesa, dei

religiosi o della fede in generale, di cosa era e di come noi

ritenevamo la religione e le sue manifestazioni... Già, ma

di Dio?... Tu ci credi?...”.

Anche lui allora era rimasto nel silenzio per un po’, lì

sdraiato in quel letto, e fissando il soffitto a cassettoni,

come per riflettere a una domanda alla quale non avrebbe

mai pensato di dover rispondere; poi mi rispose: “Mah...

io me la sono spassata, e ciò che sarà dopo questa mia

morte poco mi importa: la vita me la sono goduta tutta

quanta... Non ho rimorsi, né ho sprecato le occasioni che

mi dava; ho cercato di sfruttarle tutte, per me... e per te:

perché il tuo futuro sia il più possibile sicuro e piacevole...

A Dio, proprio non ci penso!... Di Lui e di quello che succederà,

poco mi importa ora, te lo ripeto.

Tutto ciò che ho voluto, ho fatto!” e volse il capo dall’altro

lato, sul cuscino, come volesse tentare di addormentarsi

ed avesse finito il discorso; io allora mi alzai per

andarmene fuori, ma lui riprese inaspettatamente; e io

rimasi lì, in piedi, ad ascoltarlo.

“...Però, in questi momenti, dentro di me sento come

una piccola fiamma, un... non saprei come dirti... un piccolo

senso di qualcosa che ancora non ho realizzato.

Qualcosa che non riesco a capire e a chiarire che cosa sia,

ma che mi fa porre un interrogativo che mai prima mi ero

posto: ma che cos’è? Cos’è questa piccola realtà che ho

dentro, sconosciuta e misteriosa, ma che non posso né

dimenticare, né eludere dalla mia attenzione? ...E che ora

si fa insistente? ...È come un piccolo e discreto turbamento,

che non mi ossessiona, ma che cerca di farsi ascoltare,

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di farsi desiderare, adesso... E ci sto pensando, in questi

momenti... No, non a Dio, intendiamoci!...- sorrise, come

per rassicurarsi – Ma a ciò che ancora non conosco di me,

e che affiora a poco a poco, in questi momenti... Forse, fra

qualche giorno, ti saprò dire di più...”.

Dopo alcuni giorni morì, senza che quella risposta

appena accennata trovasse possibilità di essere maggiormente

esplicata... E ora, rimaneva tutto quanto in mano

mia. In pochi anni, raggiunsi e superai la notorietà dello

zio, e anche la sua ricchezza: avevo sempre di più, e le

cose migliori, e in tutti gli aspetti della vita; non c’era proprio

alcun motivo di lamentarsi... se non...

C’era sì una cosa, che sempre più emergeva, dopo la

morte dello zio: la mancanza di una persona di fiducia, di

una persona con la quale confidarsi, sulla quale poter contare,

proprio come era stato nel caso dello zio... sul suo

aiuto, sul suo consiglio, sulla sua amicizia.

Ed ora, ad alcuni anni dalla sua morte, riaffiorava quell’interrogativo

riguardo a quella realtà misteriosa e sconosciuta,

che lui aveva sentito e tentato di comunicarmi,

allora: la solitudine... la mancanza di un senso... Ecco

forse che cos’era quella realtà... che anch’io ora cominciavo

a sentire, pur nel pieno dell’età, e attorniato da tutto

quanto potessi volere e desiderare... Tutto, tranne ciò che

era quella ‘fiammella’ - come l’aveva definita lo zio prima

di morire – poteva rientrare nell’esaudimento dei miei

desideri.

Era come una strana e scomoda eredità, che inconsciamente

lo zio mi aveva lasciato: questo suo interrogativo,

al quale egli non era riuscito a dare come risposta esplicita

a me, e che ora mi riguardava, come se anch’io fossi

sempre più vicino alla fine e sentissi l’urgenza di dare una

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risposta. Era come un’insoddisfazione che, appena terminate

le attività e le realtà di riempitivo della giornata,

occupava la mia attenzione facendomi preoccupare... e le

mie emozioni, facendo prevalere la tristezza...e il mio

futuro, vedendolo sottomesso alla non riuscita e alla fine.

Già... la fine di tutto; e la paura di perdere qualcosa di

ciò che avevo e stavo vivendo come realtà bella, mi stava

rovinando la vita.

Cercavo allora di non pensarci, richiamando il più possibile

gli impegni, le attività, i diversivi, gli amici,... Ma

c’era sempre, qua e là, il momento dell’incontro con quella

scomoda parte di me che affiorava proprio dal vivere in

una particolare realtà. Riuscivo sempre meno ad affrontare

con serenità le mie giornate; eppure – mi dicevo – ho

tutto, non mi manca niente!. Ma quel senso di non senso

delle cose che facevo emergeva, ogni volta, come fosse

stato lì in agguato, a farmi constatare la disfatta delle realtà

che stavo costruendo.

Quella fiammella mi torturava più che fosse stato un

fuoco immenso; proprio perché piccola, sentivo che mi

poteva minacciare perché non riuscivo ad afferrarla e

distinguerla, come nel caso di una normale situazione;

questa, era sfuggevole, e non trovavo alcun mezzo per

addomesticarla, per dimenticarla, o anche solo quietarla...

Niente!. Anzi, più tentavo la via dello sfuggirgli, più pareva

che essa mi inseguisse.

Ma... che cos’era?!... Cos’era che rovinava da dentro

questa mia vita che, apparentemente ed esteriormente, era

realizzata e non aveva alcun bisogno d’altro?!... Cos’era

questa piccola pungente realtà?!... E nel frattempo, in quella

situazione di apparente fortuna che non mi abbandonava

affatto, ero divenuto interiormente sempre più triste, e

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anche verso gli altri apparivo sempre più insoddisfatto e

scontroso. Da tempo, poi, avevo abbandonato ogni avventura

amorosa, e non riuscivo nemmeno più a pensare di

recuperarla, nonostante non mancassero, ogni volta, le

signore che mi facevano la corte e che, invano, tentavano

di avvicinarmi.

Anche quando qualcuna di esse riusciva ad avere il

sopravvento, la relazione era vissuta senza alcun entusiasmo,

e sempre più come uno sfogo della mia incapacità ad

affrontare quel mio problema interiore che, ancor di più,

dopo ogni esperienza fatta per dimenticarlo, riemergeva

con intensità ed efficacia.

Le amicizie si erano ridotte, e preferivo rimanere spesso

da solo, e svolgere ogni attività senza l’aiuto di nessuno...

Gli altri, ora, costituivano un fastidio nel vivere quel

mio ‘io’, con il quale mi risultava sempre più difficile convivere.

In quell’atmosfera di interiore solitudine, l’unica

compagnia era, in fin dei conti e per assurdo, proprio quella

‘fiammella’ dentro di me con la quale combattevo, e che

cercavo inutilmente di sconfiggere.

Già: era proprio quella realtà a farmi sentire meno

solo... Ma ripudiavo anche solo da lontano che quella piccola

realtà fosse Dio o qualche cosa che lo riguardasse;

preferivo anch’io, come lo zio, considerare quella realtà

misteriosa come una parte di me che ancora non conoscevo

e che potevo cercare, in fondo, di scoprire e di esplorare...

Ma poi, il pensare che potesse rivelarsi come Dio, mi

faceva subito ritornare sui miei passi: sulle mie preoccupazioni,

sulle mie paure e sulle mie tristezze, che nascoste

dietro l’appariscenza delle feste e gli sfarzi delle cene e

degli intrattenimenti, non facevano che ingigantire tutti i

miei problemi e la mia solitudine.

Percepivo però, in questa confusione, con un barlume

di chiarezza, una cosa soltanto di quella mia vita che si

stava perdendo nei piaceri e nella ricchezza: che era proprio

lì la soluzione, nel poter accogliere e nel lasciar chiarire,

in un modo o in un altro, quella piccola ma tremendamente

ingombrante realtà intanto ancora misteriosa... Ma

come potevano tutte quelle ricchezze e quei piaceri che

per tanto tempo erano stati fonte di gioia... come potevano,

senza che io me ne fossi accorto, essersi a poco a poco

me sempre più intensamente tramutati nella fonte della

mia insoddisfazione?!... Era una domanda che non faceva

altro che ingigantire le mie preoccupazioni e il timore che

proprio l’aumentare di quelle già abbondanti fortune era in

effetti la causa di quel non senso.

E così, iniziai a donare qua e là un po’ della mia fortuna;

non ci avrei rimesso ugualmente più di tanto, anche

perché chi ne veniva beneficiato non avrebbe esitato a

ricambiare con altri favori... E poi, in rapporto a tutta quella

abbondanza, che avrebbe potuto significare un po’ di

denaro o di terreno regalato qua e là?.

Ma quel tentativo di risolvere la mia crescente insoddisfazione

non ebbe molto esito; comprendevo che se anche

avessi dato via tutto quanto: gli averi, gli onori e i terreni,

con tutte le cose annesse, non avrei fatto altro che togliere

l’esterno del problema; mentre dentro, in me, non avrei

compiuto che un gesto inutile.

Occorreva proprio che io affrontassi me stesso, il mio

‘io’: quella fiamma piccola e stimolante che non la smetteva

di tentarmi ad un confronto pieno e totale, per una

lotta diretta... che però sempre temevo, come il possibile

primo passo verso la mia disfatta.

E per questo esitavo, rimandavo, continuavo ad evadere

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il problema che la vita mi poneva, invece di affrontarlo.

...Ma come poteva quella fortuna sulla quale avevo contato

fino ad allora, essere ora diventata una trappola nella

quale mi sentivo sempre più di cadere, quasi come in un

pozzo senza fondo? E dov’ era il fondo della mia vita, in

quel momento?. Quella piccola realtà sembrava attendermi

al varco, pazientemente, ma nello stesso tempo sempre

più insistentemente; e io temevo, ma nello stesso tempo

vedevo che, in effetti, soltanto quell’appiglio mi rimaneva

di fronte come autenticità, mentre tutto quanto il resto, pur

restando nella facciata della mia vita, si sgretolava con la

minima facilità.

Non volevo... non osavo... non mi decidevo a chiarire a

me stesso tutto quanto... ora temevo... ora desideravo...

ora ritrattavo; intanto, tutto peggiorava, e il vuoto e la solitudine

in me prendevano sempre più il posto del senso e

della gioia della vita, che invece mi si allontanavano, giorno

dopo giorno.

Ero sempre più tentato, da un lato, di cercare un aiuto

là dove, un tempo, lo avevo trovato concretamente; ma il

temere di sentirmi poi sconfitto in ciò che avevo fino ad

allora costruito, in ciò che nel frattempo ero diventato e in

quello che ancora, al momento, la fortuna mi andava

recando, mi faceva tornare subito indietro, e rinnegare il

mio tentativo.

Quel Dio, rinnegato da tempo, e sommerso dalle realtà

prodotte da me stesso, ora che io ero in dubbio su ciò che

veramente mi trovavo ad essere in quel momento, si presentava

sempre più spesso da lontano, nelle mie fantasie,

facendomi impaurire e raggelare al solo pensiero che un

giorno, forse, avrebbe potuto prendere il sopravvento ed

avere così la sua rivincita.

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Già lo avevo rinnegato, e avevo considerato la decisione

come una realtà definitiva; ora, il riprenderlo in considerazione,

mi avrebbe costretto a rinnegare tutto di me, e

con me tutte le mie cose, i miei progetti, e tutto... Già, quel

tutto che, col procedere dei giorni, stava apparendo sempre

più chiaramente non valere a nulla per ottenere un

senso per la mia esistenza.

La fortuna e la solitudine continuavano sempre più ad

entrare a far parte della mia vita, procedendo insieme, una

accanto all’altra... quale delle due avrebbe prevalso, alla

fine? ...Finchè, un giorno, mi giunse un corriere da lontano,

recando un messaggio personale e urgente, così aveva

riferito ai miei domestici.

Lo avevano allora fatto passare, e io lo avevo accolto

con garbo, secondo l’usanza ormai monotona della buona

educazione, che si confaceva a tutti quelli della mia

stessa condizione. Pensavo fosse un inviato di un qualche

nobile o alto funzionario del governo; ma quando si presentò

rimasi allibito: “Vengo da parte dell’Abate del

Monastero...”.

A quelle parole, ebbi un profondo fremito di emozione;

e non distinguevo se fosse per una paura che emergeva

incontrollata, o per un’inattesa ed insperata ancora di salvezza

che speravo mi venisse lanciata da quel luogo nel

quale stava ancora, se pur inconsciamente, parte della mia

vita. “...Come procede la vita al Monastero? – chiesi, cercando

di mostrare uno scarso interesse, per tentare di

nascondere così la mia reazione – Quale novità mi recate?”.

“Eccellentissimo signore, la prego di comprendere il

mio tacere al riguardo, ma mi è stato espressamente

ingiunto di non parlare altro che di questa – e mostrò una

carta pergamenata – che le devo consegnare di persona;

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soltanto questa è la mia missione, alla quale mi è stato raccomandato

di attenermi” e porse quel documento che

pareva dover contenere un messaggio veramente importante,

stando al comportamento del consegnatario.

Prima di aprirlo, congedai il messaggero e lo affidai al

domestico ordinandogli di preparargli una lauta cena e una

stanza comoda dove passare quella notte; il servo annuì,

mentre il corriere ringraziò e si accomiatò. “Vediamo,

vediamo...che cosa mi manda a dire quell’Abate...” e mentre

toglievo i sigilli a quella pergamena, ripensavo velocemente

a tutte le vicende che mi avevano condotto fino a

quel punto.

Quell’Abate che avevo ormai dimenticato, che cosa

voleva mandarmi a dire di tanto importante, e che avrebbe

dovuto richiedere da parte mia una attenzione?... Che

fossero sorti dei guai per quella vicenda...?.

“Dunque...- e iniziai a leggere ad alta voce, come per

sentire meglio ciò che il messaggio annunciava –

Eccellentissimo signore, anche se lei vive ora molto lontano

da qui, e forse dopo tutti questi anni non ricorda volentieri

la situazione trascorsa da noi, noi, a nome di tutti i

monaci, la preghiamo e supplichiamo intensamente e profondamente,

di raggiungerci presso il Monastero il più

presto possibile, essendosi creata una situazione che

richiede da parte sua un assenso o un rifiuto.

Contiamo pertanto sulla sua sensibilità nel non lasciar

decorrere ulteriormente il tempo a disposizione per lei e

per noi, e di giungere al più presto. Siamo certi che non

mancherà.

Porgiamo i migliori ossequi, anche a nome di tutti i

monaci. ...E questa, è la firma dell’Abate...”. Ma che

aveva di tanto importante ed urgente quell’Abate – mi

dissi – da pensare di poter convincermi a scomodarmi da

qui?. Questa fu la prima ed istintiva domanda che mi posi;

poi, feci richiamare il messo, gli lessi il messaggio e tentai

di farmi spiegare la situazione che in quelle parole

restava ancora celata.

Che cosa era successo veramente? E perché avrei dovuto

andare fin là... Intraprendendo almeno due settimane di

viaggio, e senza sapere ancora il perché di preciso?

E solo fidandomi di quella generica richiesta che veniva

definita urgente?. Ma il corriere non sapeva proprio

cosa rispondere; o fingeva, o non conosceva veramente

come stavano le cose; feci ancora qualche tentativo per

strappargli una rivelazione, ma nulla trapelava dalle sue

parole; allora, lo rimandai, e mi sedetti nella poltrona a

pensare a cosa potesse essere accaduto di tanto importante

là, e che mi riguardasse di persona, e poi a distanza di

tanti anni e di spazio... No, non poteva essere quella faccenda

del delitto ad essere riemersa: si sarebbe espresso in

modo diverso l’Abate, e non avrebbe mandato a dirmi le

cose in quel modo...

No, non era certo quella faccenda a coinvolgermi e a

ritenere importante e addirittura positiva la mia presenza!...

E allora, che altro?! Lui lo sapeva che non avrei più

avuto a che fare con loro, e che la mia vita adesso era questa...

che cosa cercava, ora, da me?!. Pensai allora al fatto

che il Convento avesse bisogno di un aiuto economico: era

successo anche dove qui dove mi trovavo, che ogni tanto

si presentasse qualche religioso a mendicare per i bisogni

dei poveri o della propria comunità... e avevo anche dato

qualche cosa, soltanto per togliermelo di torno e non dover

essere oltremodo infastidito; ecco, forse era proprio questo

che volevano!...

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No! Ripensandoci un attimo, nemmeno questo poteva

rivelarsi il vero motivo di quella missiva: c’era un linguaggio

troppo misterioso, e che chiamava in causa me

come fossi una persona essenziale non certo per una elemosina

o una donazione; e poi, se fosse stato veramente

per quella causa, avrebbero mandato qualcuno esponendo

il problema, certo non mi avrebbero chiesto con quella

urgenza e necessità che traspariva da quelle poche parole,

di intervenire al più presto, e di persona...

No, neppure questo era il motivo, no sicuramente ...E

che altro, allora?!... Ero un po’ infastidito, da un lato, di

fronte a quell’urgente richiesta che mi stava obbligando a

prendere posizione pro o contro quell’invito; ma dall’altro

lato, intuivo che tutto ciò facesse ancora parte di quella

fortuna che fino ad allora mi aveva assistito, e che pareva

ora additarmi nel seguire quelle parole la prossima mossa,

portandomi verso la soluzione del problema; che io cercavo

di negare ancora, ma che, in effetti, dovevo riconoscere

ancora presente in me, e sempre più impossibile da

parte mia da poter dimenticare. Era allora ancora un

momento della fortuna, questo?...

Era il passo da fare per trovare la mia soluzione, accondiscendendo

ora a quella richiesta che veniva da un lontano

passato e da un luogo faticosamente raggiungibile?... E

se fosse stata invece la mossa che mi avrebbe portato alla

disfatta, alla crisi totale della mia vita, alla perdita del

senso della gioia e della serenità in modo deciso e definitivo?!...

Mi si chiedeva dunque di rischiare, fondandomi

soltanto su un fatto: la mia fiducia in quelle parole che mi

erano state inviate da quell’Abate che quasi nemmeno più

ricordavo, e che avrei potuto fino a poco prima di quel

messaggio ritenere ormai morto e sepolto.

Rieccolo, invece, lì presente, e a chiedermi quasi l’impossibile:

fidarmi di quelle poche parole, e decidermi di

andare fino là!... Ma, a quel punto, non c’era altra soluzione

che l’andare al cuore del problema... e rischiare: sì...

sarei andato!... Anche soltanto – mi dicevo – per rivedere

quei luoghi dove ho trascorso tanti anni della mia vita:

sarà una passeggiata che mi distrarrà un po’ anche da tutti

questi miei problemi!. Convocai i domestici e i miei aiutanti,

e ordinai loro di predisporre le cose al più presto, per

intraprendere quel viaggio. E dopo poche ore, mentre il

messaggero si era già avviato avanti per annunciare al

Monastero il mio prossimo arrivo, mi misi in viaggio con

tutti i miei bagagli e con gli uomini del seguito, verso

quella meta che, fino a poco tempo prima, mai avrei

immaginato di avere tanto a cuore.

La fortuna – mi ripetevo – mi assisterà; e durante questo

viaggio avrò certamente anche la possibilità di concludere

qualche nuovo affare... ed aumentare le mie conoscenze

di altri luoghi e di nuove persone... sì, sì: la fortuna

mi assisterà!...

Ma quei pensieri non riuscivano a nascondere le mie

vere intenzioni: di poter scoprire, alla fin fine, che cosa si

celasse dietro quel messaggio, che io avevo ormai accolto

dentro di me: proprio fino là, dove quella ‘fiammella’ si

stava già alimentando, dandomi motivo di rinnovata speranza

e una sicurezza inaspettata, della quale mi andavo

rendendo conto, ora, passo dopo passo, lungo il viaggio

verso quel Convento.